Di Natura e di cinghiale.

E’ iniziato l’autunno, tempo di castagne, di migrazioni di uccelli e, purtroppo, di caccia.
La specie più “criminalizzata” è il cinghiale. “Perché è pericoloso per l’uomo!” “Perché si riproduce troppo rapidamente!” “Perché distrugge le colture dei nostri campi!”
Arriva la fine di settembre ed incomincia il mantra dei cacciatori: dagli al cinghiale!
Fare un po’ di chiarezza, però, è doveroso.
Come tutti i selvatici di casa nostra, i cinghiali in realtà non rappresentano un pericolo, ma chiaramente se si sentono in pericolo o sentono pericolo per la prole possono aggredire anziché fuggire. Vero è invece che i cinghiali arrecano danni alle colture. E mentre le aggressioni fanno notizia, i danni non lo fanno tanto sono numerosi. Ma puntare l’attenzione esclusivamente su aggressioni e danni, è un po’ come guardare il dito e non la luna.
Iniziamo con il dire che non esiste praticamente più il cinghiale autoctono, ma quelli che troviamo in circolazione sono per lo più ibridi con specie provenienti dall’Europa dell’est, quando non sono addirittura ibridi derivanti da accoppiamenti fra cinghiali e suini lasciati al pascolo, ibridi definiti “porcastri”. Purtroppo, sono anche ibridi molto prolifici ed il cinghiale non ha altri predatori che il lupo, che prolifica molto meno e
che spesso finisce nel mirino dei fucili adducendo per lo più futili scuse per giustificarne l’uccisione.
Ma da dove provengono questi cinghiali alloctoni? Qui sta il nocciolo della questione. Essi provengono da immissioni – autorizzate o no – effettuate in questi decenni da enti che hanno assecondato le richieste delle associazioni venatorie, appunto a scopo di caccia. Se, ipoteticamente, il cinghiale fosse rimasto in questo periodo quello autoctono, esso sarebbe rimasto in numero contenuto. Con le immissioni, autorizzate o clandestine, il numero dei cinghiali è aumentato in maniera drastica.
La falla è rappresentata da ripopolamenti che ancora oggi vengono fatti annualmente a ritmo di decine di migliaia di capi. Inutile pensare di risolvere il problema del soprannumero dei cinghiali se prima non si tappa la falla, arrestando questo fiume di esemplari liberati ogni anno dalle strutture pubbliche e private per alimentare una crescente domanda venatoria. La colpa, pertanto, ancora una volta sembrerebbe più della specie uomo e non già della specie animale.
Eppure, nonostante i danni perpetrati al territorio, le associazioni venatorie continuano ad avere ascolto presso le istituzioni, tanto che ultimamente si è parlato di un neanche tanto tacito accordo fra mondo venatorio, Federparchi e Legambiente per autorizzare la caccia all’interno dei parchi. A parte il fatto che la legge prevede il divieto di “cattura, uccisione, danneggiamento, disturbo delle specie animali”, e che pertanto per poter cacciare occorrerebbe modificare la legge, appare a dir poco singolare che proprio i
cacciatori, che sono responsabili delle immissioni dei cinghiali, poi vengano addirittura premiati con il permesso di cacciare nelle aree protette con deroghe e modifiche di leggi già in vigore.
In questo caso, così come in tanti altri, i cacciatori se la suonano e se la cantano: immettono sul territorio nuove specie più prolifiche (portando anche alla scomparsa di quelle autoctone, sovrastate ormai da forza e numero dei nuovi arrivati); “aiutano” la riproduzione lasciando cibo ai cinghiali in giro per i boschi e spesso anche fuori dalle zone di caccia, così da “allargare” i confini delle zone dove è consentito sparare;
commettono danni irreversibili colpendo, il più delle volte, gli animali che, all’interno del branco, eviterebbero l’accoppiamento indiscriminato tra tutti gli esemplari.
Il bello della natura è che, se non ci fossero interventi dell’uomo, sarebbe in grado di regolarsi da sé, sia per quanto riguarda la flora, che per quanto riguarda la fauna. I problemi di cui si è sentito parlare a livello nazionale in questi ultimi tempi (orsi, lupi, nutrie, cinghiali) sono tutti dovuti a persistenti errori umani che hanno voluto modificare, a proprio piacimento e per i propri interessi, l’ambiente circostante, per poi,
come nel caso dei cinghiali di cui abbiamo appena parlato, ricorrere ad una “corretta gestione faunistica” che viene affidata a chi adora gongolarsi facendosi foto con gli animali appena uccisi come nel peggiore dei safari.
Forse è troppo tardi per lasciare che la natura faccia il suo corso, ma se l’uomo imparasse a non voler mettere mano a tutto quello che gli sta intorno non ci sarebbe bisogno di organizzare battute di caccia nascondendosi dietro alla scusa della “necessità”.

cinghiale

[immagini trovate in rete]

(di Susanna Canonico, pubblicato su “Sì o No – Il Giornale dei Navigli”)

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