E il coraggio di chiamarla “affinità”

Dal 28 gennaio al 26 marzo 2016 a Bologna sarà aperta la mostra fotografica “Affinity” di Brad Wilson, una serie di ritratti di animali selvatici effettuati in studio per un risultato esteticamente pulito ed elegante, ma decisamente innaturale.

Per ottenere questa installazione, infatti, si sono portati in un ambiente chiuso, illuminato artificialmente,privo di una qualsiasi componente naturale alcuni animali selvatici, che immagino non fossero proprio felicissimi di posare per il fotografo.

Sfondo nero, addestratori, luci, il fotografo e la sua attrezzatura, un ambiente costruito al minimo dettaglio, la gabbia, il trasporto, lo stress, l’attesa per catturare attimi “perfetti” da immortalare per far parlar di sé.

Ne vale davvero la pena? Evidentemente per chi ci guadagna, sì. Il mondo dell’arte visiva è alla continua ricerca di nuove idee e molti artisti non sanno più che fare per creare qualcosa di originale, le provano tutte per tentare di emergere nel mare infinito di proposte e a volte per farlo, utilizzano mezzi discutibili.

Difficile non citare fra questi Damien Hirst, che ha fatto la sua fortuna solo grazie alla rabbia delle persone che mal tollerano le sue installazioni fatte di animali morti e del quale si dovrebbe parlare il meno possibile, ma anche nel caso dell’ideatore di “Affinity” credo che lo scopo sia quello di far parlare di sé, in bene o in male.

E per ogni Brad Wilson che mette in posa tigri, elefanti e giraffe in studio, esistono centinaia di uomini e donne che passano ore sotto la pioggia, in mezzo alla neve o sotto il cocente sole del deserto, alla ricerca dello scatto perfetto. Spesso loro foto le vediamo online o sulle riviste e nemmeno conosciamo i loro nomi.

Sono professionisti le cui fotografie ritraggono la parte più vera del soggetto, quella libera di esprimersi. È  il fotografo che plasma il suo lavoro intorno alla Natura e non viceversa. La luce dipende dalla giornata e dall’orario, il colore lo sceglie il meteo e le scene ritratte sono scelte dai soggetti, non dall’uomo dietro l’obiettivo.

Alan McFayden ci ha messo sei anni e settecentoventi mila scatti per fare la foto perfetta, per esempio.

Anni passati ad osservare i martin pescatore nell’attesa di fermare quell’attimo in cui uno di loro sta per afferrare la preda sotto il filo dell’acqua.

Questi sono i fotografi che dovremmo ammirare e dei quali dovremmo segnarci il nome.

La prossima volta che sfogliando un libro trovate una splendida foto che ritrae un animale selvatico, ricordatevi che dietro a quello scatto ci sono ore e ore di appostamenti, viaggi lunghissimi, condizioni del tempo non sempre favorevoli, ma anche tanta tanta tanta passione spesso non accompagnata dai giusti riconoscimenti.

 

 

 

[immagine trovata in rete]

(di Susanna Canonico, pubblicato su “Sì o No – Il Giornale dei Navigli”)

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