I soldati dimenticati della Grande Guerra

In occasione del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia, molte emittenti televisive hanno trasmesso documentari e film di vario genere su questo (triste) evento storico.

Su Rai Uno è andato in onda “Animali nella Grande Guerra”, di Folco Quilici, un documentario che racconta di tutti quegli animali che sono stati attori nello scenario della Prima Guerra Mondiale (ovviamente, sottolineo, contro la propria volontà).

I primi animali che ci vengono in mente se parliamo di ruolo in guerra, sono sicuramente i cavalli, utilizzati per il trasporto di soldati ed ufficiali; alcuni di loro furono presi con la forza nelle campagne, dalle proprietà dei contadini e domati, dimenticandosi di qualsiasi “metodo gentile”, in poche settimane.

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E poi i muli, utilizzati per il trasporto di viveri ed equipaggiamenti, il cui ricordo è quasi sempre affiancato a quello degli alpini che hanno spesso contato su questo forte animale, per via della sua resistenza alle rigide temperature e alle lunghe camminate.

E l’immancabile cane, da sempre al fianco dell’uomo in quasi ogni campo, compreso quello di battaglia. I cani avevano i ruoli più disparati: venivano messi a guardia degli armamenti e dei soldati per proteggerli dagli attacchi o per avvisare dell’arrivo di un potenziale nemico, utilizzati per consegnare messaggi, per il ritrovamento dei feriti, il trasporto di carichi o l’affiancamento degli ufficiali. Il cane ha avuto da sempre un ruolo in primo piano per l’uomo, sebbene sia sempre stato USATO, per un motivo o per l’altro.

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Non solo equini e cani, ma anche volatili, come i piccioni viaggiatori, dotati di grande orientamento e velocità, utilizzati per recapitare messaggi alle prime linee.

Oltre a quelli impiegati volontariamente dall’uomo negli anni della guerra, fanno capolino anche tutti quegli animali che hanno caratterizzato le giornate dei soldati in maniera spontanea, come quei cani che si affiancavano agli uomini in marcia in cambio di un tozzo di pane e che finivano per diventare una compagnia spensierata e capace di alleviare le sofferenze emotive dei combattenti. Nel documentario di Quilici emerge anche il legame che i militari stringevano con il loro cavallo, con il mulo o il cane al quale erano affiancati: paura, tensione, nostalgia, dolore, il tutto diveniva una sofferenza condivisa fra l’animale ed il suo soldato, creando spesso legami forti e duraturi.

Per rivedere il documentario è sufficiente andare sul sito della Rai, nella sezione Replay. Ne vale la pena.

Questo documentario, che ho apprezzato molto, mi ha fatto tornare in mente una mia ricerca, preparata in occasione degli esami di maturità che affrontai nel 2004. La mia tesina era intitolata “Il ‘900 negli occhi di un cane”, poche pagine che richiesero diversi mesi di lavoro e minuziose ricerche su internet e nelle biblioteche. Mi concentrai solo sui cani, quelli utilizzati nella prima e nella seconda guerra mondiale, quelli amati da D’Annunzio, quelli citati in Animal Farm da George e molto altro ancora, ma di questo vi parlerò accuratamente nelle prossime settimane. Per ora vi consiglio la visione del documentario di Folco Quilici, che merita l’attenzione di tutti noi, anche solo per non ripetere più gli stessi errori.

 

 

 

[immagini trovate in rete]

(di Susanna Canonico, pubblicato su “Sì o No – Il Giornale dei Navigli”)

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